La strana identikit del giocatore italiano e le differenze con l’Inghilterra

identikit del giocatore

Il gioco d’azzardo e i rischi derivanti da esso, continuano a tenere banco non solo in Italia. In Gran Bretagna, notoriamente patria del Betting, la questione tiene banco da tempo. A riaprire il dibattito ci ha pensato una ricerca condotta da NatCen per la britannica GambleAware che ha analizzato i dati di sette operatori online, ciascuno dei quali ha fornito dati su circa 20.000 account attivi tra luglio e giugno 2019.

In base a questo studio, è stato evidenziato che il 10% dei giocatori d’azzardo con le puntate maggiori rappresentava il 79,0% delle entrate dell’operatore. Inoltre, l’1% di questi, ha perso una frazione minore rispetto ad altri scommettitori, ma ha comunque speso in maniera del tutto sproporzionato rispetto al proprio profitto. Infatti, , il 4,4% degli account ha perso più di £ 1.000, il 2,2% ha perso più di £ 2.000 e lo 0,7% ha perso più di £ 5.000.

Anche per quel che riguarda gli altri giochi, il bilancio è più o meno lo stesso. Il il 5,9% dei clienti ha perso più di £ 1.000 all’anno, il 3,2% più di £ 2.000 e l’1,2% più di £ 5.000. Probabilmente, però, il dato più significativo messo in luce dal rapporto è che il 21,9% di quelli con una perdita di £ 2.000 o più proveniva dal 20% delle aree più svantaggiate.

I rischi del GAP

Questa ricerca ha aperto il dibattito sulla necessità di una campagna più massiccia relativa al gioco responsabile in Gran Bretagna. Tuttavia, il Betting and Gaming Council, ha osservato che i dati in questione provenivano in un periodo compreso tra tre e quattro anni fa, rivendicando come da allora, molto è stato fatto per combattere il gioco patologico. In effetti, se si analizza l’evoluzione avuta dai casinò online europei, si nota come negli ultimi anni siano stati introdotte funzioni atte ad aiutare il giocatore.

Parliamo non solo delle sezioni relative al gioco responsabile, ma anche alle opzioni che permettono di impostare limiti di deposito o autoescludersi completamente. Inoltre, durante la pandemia, i membri hanno attivato un sistema di monitoraggio potenziato con lo scopo di consentire le interazioni con i clienti. Tutto ciò ha fatto sì che il tasso di gioco problematico in Gran Bretagna sia passato dallo 0,4% allo 0,2%.

Il giocatore digitale italiano

Anche in Italia, il gioco online ha iniziato ad attecchire. Tuttavia, a differenza della Gran Bretagna, il profilo del giocatore italiano è leggermente diverso. Prima di analizzarlo, è doveroso fare una premessa: il mondo dell’online è totalmente diverso da quello del gioco terrestre.

Per poter giocare è necessario possedere una certa «cultura digitale» non solo sulle dinamiche di gioco, ma anche sulle modalità di pagamento e sulle diverse tipologie di offerte. Ciò significa che, contrariamente a quanto si immagina, il giocatore online non è un individuo giovane, con una cultura scolastica medio-bassa e che proviene da un ambiente disagiato o comunque difficile. Ricerche approfondite in merito hanno evidenziato che oltre la metà dei giocatori italiani ha una età compresa tra i 35 e i 55 anni. Al secondo posto vi sono gli over 55.

Per quel che riguarda il loro status lavorativo, perlopiù si tratta di laureati con un lavoro appagante sia dal punto di vista professionale, che sotto il profilo economico che gioca non per cercare una gratificazione monetaria, ma semplicemente come passatempo o divertimento. Ciò significa che sono più propensi a giocare responsabilmente, anche grazie alle campagne di comunicazione che vengono fatte in rete a riguardo.

Questo identikit porta anche ad una conseguenza. Infatti, i giocatori forti, ovvero che giocano con costanza online, sono molti meno di quelli che si potrebbe immaginare. Solitamente, dopo la registrazione, un giocatore tende ad abbandonare la piattaforma nel giro di poco più di un mese.

Questo perché una volta terminata l’offerta che gli interessa, solitamente passa ad un altro casinò. Il mondo del gioco online è quindi molto più fluido e variegato di quello offline e i giocatori meno propensi a sviluppare una patologia relativa al gioco, proprio in virtù di quella «cultura digitale» a cui accennavamo sopra.

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